Giancarlo Pastonchi

Prima o poi qualcuno lo dice: il tango è nato nei bordelli. Lo dice con una certa soddisfazione, perché è una frase che dà subito un’aria alla musica che stiamo ballando. È uno dei luoghi comuni più duri a morire e ha una storia che si può seguire sui documenti: come accusa compare nel 1913, come racconto delle origini prende forma negli anni Trenta. È questa la parte più interessante.

Cosa c’era in un bordello di Buenos Aires

Hugo Lamas ed Enrique Binda hanno lavorato sugli archivi di polizia e sulle collezioni dei giornali di Buenos Aires per scrivere El tango en la sociedad porteña (1880-1920), dove porteña vuol dire di Buenos Aires. Il quadro che ne esce non assomiglia a quello che ci raccontiamo.

I lupanari della città, scrivono, erano piccoli: le donne ci abitavano, le stanze erano poche e se avanzava spazio lo si dava a un’altra donna, non a una sala per ricevere. Dove lavoravano argentine le donne erano in genere tre o quattro; il primato, registrato alla Boca, era di undici. Erano locali di sola prostituzione, perché per le attività di tipo sociale il cliente aveva in città centinaia di caffè, campi di bocce, società ricreative e romerías, le grandi feste popolari che si tenevano ogni anno.

Musica e ballo, poi, lì erano proibiti: ballo e prostituzione erano regolati da un groviglio di editti di polizia e municipali, perentori sulla musica e draconiani sui postriboli; le infrazioni trovate negli archivi sono rimaste registrate proprio perché venivano represse. Un esempio: nel 1893, in un postribolo della Boca, clienti e donne festeggiano il compleanno della padrona con un asado, una grigliata, e un ballo; finiscono tutti multati e in commissariato, perché alla polizia il motivo innocente della festa non interessa.

A Buenos Aires esistevano dunque due tipi di bordello: quelli autorizzati e controllati dalla polizia, dove il ballo era vietato, e quelli clandestini, senza autorizzazione, dove in qualche caso si ballava, contro le regole. Lamas e Binda ne documentano uno, quello di María Rangola, detta María la Vasca. Nel 1903 un rapporto di polizia descrive la sua casa come un postribolo clandestino dove si danno balli tutte le notti e nel 1905 un giornale scrive che in un’altra sua casa si va a ballare tanghi. Lo storico Sergio Pujol la ricorda soprattutto come casa da ballo, una delle case private dove dalla fine dell’Ottocento si ballava fino all’alba, e cita anche lui quei rapporti di polizia: le due cose non si escludono, ma il documento del 1903 dice che lì si praticava anche la prostituzione. Per Lamas e Binda però non è la prova che il tango sia nato lì: a quelle date era già un genere di massa. E per ballare, in città, c’erano posti fatti apposta, come vedremo più avanti.

Resta, fanno notare, una questione di conti: un locale del genere viveva sul commercio sessuale e, se le donne avessero passato il tempo a ballare con i clienti, questi avrebbero smesso di essere clienti per diventare invitati a una festa.

Da dove può venire l’equivoco

I bordelli di campagna erano un’altra cosa. Lontani dai centri abitati, facevano anche da luogo di ritrovo, dove si beveva, si chiacchierava e si ballava senza necessariamente passare nelle stanze. All’inizio del secolo i musicisti di tango giravano quei posti e lì, scrivono i due autori, c’erano ragioni perché si ballassero i balli di moda: perché no, anche il tango.

Secondo loro la confusione verrebbe da qui: riferendo i ricordi di quei musicisti, Héctor e Luis Bates, autori di un libro del 1936 che ritroveremo più avanti, avrebbero supposto a torto che anche i lupanari di Buenos Aires fossero fatti così. È un’ipotesi e come tale la presentano; la conclusione invece è netta: il tango si è formato a Buenos Aires e, se si insiste a farlo nascere in locali di quel tipo, bisogna dire che è nato in campagna, cosa che i due liquidano come un assurdo.

Dove si ballava in città

Peringundín era il nome popolare del locale da ballo pubblico. Lamas e Binda lo trovano nei rapporti di polizia già nel 1868, usato come sinonimo di accademia, e un giornale del 1883 mette in fila i nomi che la gente dava ai balli pubblici: peringundines, accademie, balli con la lata. Di un ballo clandestino un cronista del 1880 ha lasciato una descrizione minuziosa. Sulla strada c’è un vero caffè; dietro una porta chiusa, un salone con un organo-piano coperto da un materasso, perché il suono non arrivi fuori. Il padrone ha assunto come ballerine due, tre o quattro donne, che ballano tutta la notte e non possono rifiutare un invito, altrimenti perdono il posto. Gli uomini sono molti di più e quelli rimasti senza dama ballano fra loro, per non sprecare la sonata che qualcuno ha pagato un peso. Finito il pezzo si sente gridare «Lata!»: chi grida si prenota la sonata successiva e, pagando, riceve una lata, alla lettera una latta. Sedie non ce ne sono, apposta: chi entra balla o esce.

In quella sala si ballano una milonga, un valzer e un ballo che il cronista chiama a sua volta peringundín, come il locale: è la prima notizia che i due autori abbiano di un ballo con quel nome e ammettono di non sapere che cosa fosse. Il tango non è nominato. Dalla cronaca ricavano due cose: ballare fra uomini non era una particolarità del tango e per trovare una ballerina non serviva andare in un bordello. Nulla vieta di supporre, aggiungono, che una volta diffuso il genere in posti così si ballassero anche tanghi; ma locali dove l’orchestra era un apparecchio meccanico non sarebbero stati adatti a creare un genere musicale.

Dove compare allora il tango ballato? La notizia più antica che i due autori abbiano trovato è del 1888 e viene da un ballo in maschera al teatro di Flores: un giornale rimprovera alcuni ufficiali dell’esercito, visti ballare a tempo di «milonguero tango». Buenos Aires, ripetono, è sempre stata una società organizzata e il tango è cresciuto dentro le sue regole.

Il mito ha una data

L’articolo più antico che Lamas e Binda abbiano trovato sull’origine del tango esce sul settimanale Caras y Caretas nel 1903, firmato con lo pseudonimo Sargento Pita: lo fa discendere dalla milonga e dall’habanera, lo chiama plebeo e di bordelli non parla.

Nello stesso anno esce Nuestra América di Carlos Octavio Bunge, avvocato e professore di storia. I due autori ne riportano un passo: ai tempi di Rosas, nella prima metà dell’Ottocento, neri e mulatti ballavano i loro «tangos» nelle feste dei sobborghi e da quei balli la plebe avrebbe preso il modo di ballare «con corte», piegando il corpo in un contatto così stretto che fra i due, secondo l’espressione popolare, non sempre «c’è luce». Potrebbe essere accaduto, commentano, ma il punto è offrirne le prove.

Il bordello compare dieci anni dopo, nelle parole di due scrittori. Il 23 novembre 1913, su La Nación, Leopoldo Lugones scrive che il tango non è un ballo nazionale, come non lo è la prostituzione che lo genera. Un mese dopo lo stesso giornale pubblica un’intervista a Enrique Larreta, che rappresentava l’Argentina a Parigi, per il quale il tango è un ballo riservato ai lupanari. Lugones, osservano i due autori, non dimostrò nulla.

Perché cominciasse a formarsi quella che Lamas e Binda chiamano la mitologia della nascita nei bordelli dovettero passare, scrivono, due decenni: la fanno coincidere con la comparsa della rivista Sintonía, negli anni Trenta. I nomi di persone e di luoghi che gli scrittori successivi ripetono vengono invece dal libro dei Bates, La historia del tango: sus autores, uscito a Buenos Aires nel 1936: una settantina di pagine di storia seguite dalle biografie dei musicisti intervistati.

Ai Bates però, precisano i due autori, non si può attribuire l’origine prostibolare: non la affermarono in modo esplicito e, se la suggerirono, la conclusione la trassero i lettori. Scrissero che certe accademie servirono più tardi «da rifugio ai primi balbettii del tango» e rifugio, osservano, non vuol dire nascita: non si dà rifugio a qualcosa che non esiste ancora, dunque il tango era nato altrove. Nemmeno li considerano storici, perché le notizie che danno sono senza date e con più di un errore. Su quei dati inesatti, concludono, ciascuno ha poi composto la favola che voleva.

La prova dei titoli

Restano i titoli. Ricardo García Blaya, fondatore e direttore del sito Todotango, e Bruno Cespi ne elencano 27 a doppio senso, fra cui Qué polvo con tanto viento di Pedro Quijano, Sacudime la persiana di Vicente Loduca e Dejalo morir adentro di José Di Clemente. I due fanno notare che l’etichetta di tanghi «prostibularios» viene soltanto da quei titoli, perché le partiture originali erano per pianoforte e, salvo qualche eccezione, senza versi; titoli, aggiungono, che in più di un caso erano già stati usati per polche, mazurche e musiche di zarzuela, il teatro musicale spagnolo.

Nel repertorio di quegli anni, accanto a quei doppi sensi, ci sono tanghi che portano il nome di un amico, come El Pollo Ricardo di Luis Alberto Fernández, di una sala da ballo, come Rodríguez Peña di Vicente Greco, o di un cavallo da corsa, come Moñito di Eduardo Arolas. Che il tango non sia nato in una culla d’oro García Blaya e Cespi lo danno per pacifico, ma dire che è stato partorito nelle case di tolleranza a loro pare temerario e del tutto sbagliato.

Quello che ci perdiamo

Commentando la cronaca del 1888 sul teatro di Flores, Lamas e Binda scrivono che l’idea di un tango riservato, in quegli anni, a prostitute, ruffiani e bulli di periferia non ha niente a che vedere con quel documento. E aggiungono: «Per alcuni, la mitologia risulta più affascinante della storia». La prima, spiegano, è questione di semplice inventiva, mentre la seconda obbliga a consultare carte faticose da trovare.

Il passato documentato, per me, è più interessante e soprattutto ci riguarda di più. Quando balliamo, balliamo una musica cresciuta in una città vera, dove in certe sale si gridava «Lata!» per prenotarsi la sonata successiva e dove la polizia multava persino una festa di compleanno, perché in un postribolo non si poteva ballare. Non è una leggenda ma una storia e le storie vere hanno un loro modo di essere belle.

E la prossima volta che qualcuno lo dice, gli si può fare la domanda che Lamas e Binda fanno a chi lo ha scritto: in quali bordelli e in quale anno?

Fonti

  • Hugo Lamas ed Enrique Binda, El tango en la sociedad porteña (1880-1920), Buenos Aires, Héctor Lorenzo Lucci Ediciones, 1998.
  • Ricardo García Blaya e Bruno Cespi, «Los tangos prostibularios», Todotango.
  • Sergio Pujol, Historia del baile. De la milonga a la disco, Buenos Aires, Emecé, 1999, pp. 44-45.

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