Giancarlo Pastonchi

Oggi tango e Argentina sono quasi sinonimi. Eppure, quando il tango è nato, non era di nessuna nazione: era il ballo di un porto e delle persone che lo abitavano. Per diventare argentino ha dovuto attraversare un secolo di sospetti, fare il giro dell’Atlantico e trovare un volto capace di trasformarlo in mito.

Un ballo senza passaporto

Il tango nasce nell’Ottocento sulle due rive del Río de la Plata, a Buenos Aires e a Montevideo. Il Governo della Città di Buenos Aires lo descrive come il frutto di una fusione di apporti afroamericani, criollos ed europei, e l’UNESCO, quando nel 2009 lo ha dichiarato patrimonio immateriale dell’umanità, lo ha attribuito alle classi popolari urbane di entrambe le città: il riconoscimento è di Argentina e Uruguay insieme.

La componente africana non è una nota a margine. La storica Paulina Alberto, nel Cambridge Companion to Tango, ricostruisce la storia di una famiglia di musicisti neri per mostrare il filo che lega i candombes afroargentini al primo tango, e mette in discussione il racconto di una comunità afroargentina semplicemente scomparsa nel corso dell’Ottocento.

Tutto questo accade in una città che cambia a grande velocità. La Costituzione argentina del 1853 impegnava il governo a promuovere l’immigrazione europea, e la promessa fu mantenuta: nel censimento del 1914 un abitante su tre era straniero. Il tango cresce lì, tra i nuovi arrivati, i discendenti degli schiavi africani e i criollos, nei locali di periferia. Il profilo storico della Città di Buenos Aires lo dice chiaramente: si cominciò a ballarlo ai margini, nei lupanari e nei bar dei sobborghi, sotto lo sguardo critico dell’alta società.

La nazione cerca il suo simbolo altrove

Proprio in quegli anni l’Argentina stava cercando un’immagine di sé, e la trovò lontano da quei sobborghi: nella pampa. Il simbolo scelto fu il gaucho, il cavaliere della campagna, diventato eroe nazionale grazie al Martín Fierro, il poema di José Hernández del 1872.

Il momento decisivo arriva nel maggio del 1913. Al Teatro Odeón di Buenos Aires il poeta Leopoldo Lugones tiene una serie di conferenze in cui proclama il Martín Fierro poema epico nazionale. Nel 1916 quelle conferenze diventano un libro, El payador. Ed è in quelle stesse pagine che Lugones liquida il tango come un «rettile da lupanare», una musica destinata soltanto ad accompagnare «il dimenarsi provocante, le reticenze equivoche dell’abbraccio», come ricorda la musicologa Marina Cañardo. Chi balla oggi sorriderà: quello che per Lugones era equivoco è esattamente ciò che cerchiamo in un abbraccio.

È un dettaglio che dice molto: il libro che incorona il gaucho come anima della nazione è lo stesso che respinge il tango. Il paese che si stava immaginando voleva riconoscersi nella campagna, non nel ballo di città degli immigrati. E non era l’unico a pensarla così: la Chiesa cattolica ebbe con il tango più di un attrito, ricorda il ricercatore Julián Barsky, e la fama di ballo legato alla malavita e alla prostituzione lo inseguì anche all’estero.

Il riconoscimento arriva da fuori

Mentre Lugones parlava all’Odeón, dall’altra parte dell’oceano succedeva il contrario. Tra il 1911 e il 1914 Parigi impazzì per il tango, come documenta uno studio pubblicato di recente da Cambridge University Press. Il 25 ottobre 1913, pochi mesi dopo le conferenze di Lugones, il poeta Jean Richepin portò il tango davanti alle Cinque Accademie di Francia con un discorso intitolato À propos du Tango, che l’Académie française conserva ancora. Richepin elencava le tre accuse che gli venivano mosse: l’origine straniera, l’origine popolare e il carattere sconveniente. E rispondeva con una frase molto francese: «Noi francesizziamo tutto, e la danza che amiamo ballare diventa francese».

Ed è proprio così che il tango tornò a casa. Una rivista popolare dell’epoca raccontava che il tango, addolcito e arricchito di nuove grazie nei saloni parigini, era tornato trionfante nel suo paese d’origine, e che si cominciava a ballarlo nei saloni più eleganti di Buenos Aires. Solo che, per nasconderne la cupa origine, lo chiamavano «le tango parisien». Lo stesso ballo, con un nome francese per renderlo presentabile. Anche la storia ufficiale della Città di Buenos Aires lo riconosce: il tango fu accettato in Europa prima che dalle élite culturali di casa sua.

Gardel, il mito

Per passare da moda a simbolo, però, al tango serviva un volto. Quel volto fu Carlos Gardel, che la Città di Buenos Aires indica come la figura del tango per antonomasia: cantante, compositore, attore di cinema, capace di portare il tango in tutta l’America Latina.

Persino le sue origini sono diventate parte della leggenda. Il museo dedicato a Gardel a Buenos Aires riproduce un atto di nascita francese: Charles Romuald Gardès, nato a Tolosa l’11 dicembre 1890. In Uruguay, invece, Tacuarembó continua a rivendicarlo come figlio suo. Che la sua nascita sia ancora contesa non è una curiosità anagrafica: è il segno che Gardel non è più soltanto un uomo, ma un simbolo che tutti vogliono sentire proprio.

Il mito vero nasce con la sua morte. Gardel muore il 24 giugno 1935 a Medellín, in Colombia, nel pieno di una tournée latinoamericana. Il governo argentino parla di quella morte prematura come della nascita di un mito popolare che ha attraversato le generazioni, e lo riassume con un modo di dire ancora in uso: «Gardel cada día canta mejor», Gardel ogni giorno canta meglio. Nel 1991 il Congresso argentino ha approvato una legge che fa del 24 giugno il Giorno del Cantore Nazionale, in suo onore.

Porteño, non campero

A guardarla tutta, è una storia piena di ironia. Negli anni Venti Borges scriveva che il tango non è campero, è porteño: la sua patria sono gli angoli dei sobborghi e non la campagna, il suo ambiente il Bajo, il suo simbolo il salice piangente delle rive e mai l’ombú della pampa. Lo scriveva, per giunta, su una rivista che si chiamava proprio Martín Fierro.

Il paese aveva scelto la pampa come anima e aveva guardato il tango con sospetto. Alla fine è stato il ballo dei sobborghi, passato per Parigi e cantato da un uomo di cui ancora si discute la nascita, a diventare il suono con cui il mondo riconosce l’Argentina. Dal «rettile da lupanare» del 1916 a una legge della Nazione: per chi come me passa le serate in pista, è una strada che vale la pena di conoscere.

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